IL FLAGELLO DELLA SPAGNOLA
Ai primi di febbraio 1918 l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid … l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi mortali”. Il morbo iniziava con sintomi generici: due giorni di incubazione con tosse, quindi insorgevano dolori in varie parti del corpo, dietro agli occhi ed alle orecchie, in regione lombare. Seguiva uno stato di torpore mentre la febbre iniziava a salire sino ai 40° C. La lingua si ricopriva di una densa patina giallastra e l'ammalato, prostrato era costretto a letto da dove non si rialzava se non dopo tre giorni, completamente guarito. Definita pertanto “la strana febbre dei tre giorni” la malattia venne solo tardivamente riconosciuta dai medici come una variante grave dell'influenza.
Il nome di “Influenza” invece risale alla testimonianza di due storici italiani, Domenico e Pietro Buoninsegni, i quali nel 1580, osservando un’epidemia molto simile, erano stati persuasi dall’influsso malefico delle stelle e l’avevano pertanto chiamata “Influenza” stellare.
Contrariamente a quanto si crede, infatti, la “Spagnola” non fu la prima grande epidemia influenzale della storia, ma soltanto la prima ad essere pubblicizzata da un nuovo sistema di mass-media.
Nasceva così un nome che sparse il panico in tutto il mondo. Anche se “benigna” l’epidemia aveva colpito la penisola iberica mettendo a letto otto milioni di spagnoli.
Inizialmente la responsabilità dell’epidemia fu addossata alle carenze del servizio sanitario spagnolo, provocando furibonde proteste da parte dei collegi medici iberici. In realtà, prima che l’infezione colpisse Madrid, circa 1.100 soldati americani erano stati costretti a letto a fort Riley nel Texas, l’11 marzo 1918. Tuttavia, con buona pace degli spagnoli, il nome della malattia diffuso dagli organi di stampa rimase quello di febbre “Spagnola”.
IL VIRUS
Tecnicamente la malattia era ed è tuttora causata da un virus (detto Myxovirus dell’influenza) che ha due caratteristiche fondamentali:
1 – quella di mutare continuamente la propria struttura in modo tale da non conferire mai un’immunità persistente agli organismi colpiti e da rendere necessari nuovi tipi di vaccino ad ogni nuova epidemia;
2 – quella di colpire, oltre alle vie aeree, le cellule muscolari (ivi comprese quelle cardiache).
La sua trasmissione avveniva per tosse o starnuti. Uno starnuto poteva immettere in aria circa 4.600 goccioline ad una velocità di 46 metri al secondo sino a 4 metri di distanza. Tali goccioline potevano rimanere sospese nell’aria per più di mezzora. Una gocciolina poteva originare circa 19.000 nuove colonie di virus.
Il Myxovirus A, responsabile della pandemia del 1918, fu isolato nel 1933 da un’équipe di scienziati. Attualmente sopravvive in molte specie animali, soprattutto nei maiali, che però non possono riprodurre la loro malattia nell’uomo. Da allora sono stati isolati altri virus influenzali catalogati come di ceppo A, B e C.
Le prime cure mediche per la curiosa febbre da cavallo erano: “dieci grani di Fenazone per abbassare la temperatura, sette grani di tintura di Noce vomica per stimolare il sistema nervoso e sette grani di digitale per sostenere il cuore …” cui si potevano aggiungere “tre grani di carbonato d’ammonio per liberare i bronchi, quindici grani di senna come purgante e venti grani di canfora come stimolante.”
Poi la fantasia di medici e farmacisti utilizzava tutta una serie di terapie, alcune delle quali francamente ridicole. Un medico francese, ai nullatenenti non in grado di pagare le medicine dava la cura dei “due berretti”. Consigliava loro di bere molto vino rosso sino a che il berretto appeso al pomello della porta non fosse apparso sdoppiato. Così dopo una bella sudata essi sarebbero guariti. Il veneziano Tito Spagnol diede una definizione assai caustica della terapia in voga in Italia: “quattro pastiglie di chinino e un po’ di paglia per morirvi sopra”.
Molti clinici tuonavano sull’abuso di un nuovo farmaco, utile ad abbassare la febbre, ma reo di favorire complicazioni polmonari e cardiache: il suo nome era Aspirina.
La sua mortalità non era poi così elevata, circa il 5% dei casi, colpendo soprattutto vecchi, infermi o individui malnutriti. Si moriva soprattutto per complicazioni cardiache.
LE EPIDEMIE
Tra l’aprile ed il maggio 1918 la febbre aveva colpito la Francia, la Scozia, La Grecia, la Macedonia, l’Egitto e l’Italia. In maggio, per dodici giorni consecutivi, la Grand Fleet di re Giorgio V non aveva potuto prendere il largo. Tra gli equipaggi della marina britannica si contarono, in quel periodo, 10.313 casi . In giugno ad Etaples la malattia, definita al fronte come P.U.O. (Pyrexia of Unknown Origin) aveva costretto in branda 3000 soldati britannici della 1ª armata. Sempre in giugno si diffondeva in Germania, Austria, Norvegia ed India.
Durante la seconda grande epidemia, la propaganda bellica alleata aveva sfruttato l’Influenza diffondendo in Germania il seguente volantino:
«Betet tüchtig Vaterunser, - Nach wei Monat seit Ihr unser; - Dann bekmmit ihr tüchtig Fleisch und Speck, - Dann geht euch die Grippe weck!»
ovvero: “Recitate il Padrenostro perché nel giro di due mesi cadrete in mano nostra; allora mangerete carne e prosciutto e l’Influenza vi abbandonerà”
IL FRONTE ITALIANO
Sul fronte italiano la malattia fece la sua comparsa a primavera con una breve epidemia di carattere assai benigno per poi scomparire nel mese di giugno. L'ultima offensiva asburgica sul fronte degli altopiani fu dunque combattuta senza l'assillo del febbrone debilitante. La Spagnola iniziò di nuovo a mietere le sue vittime da luglio in poi raggiungendo l'apice ad ottobre. Questa volta l'affezione, pur se identica a quella primaverile, era caratterizzata da gravi complicazioni polmonari che causavano aggravamenti ed improvvisi decessi. A metà ottobre si arrivò, tra le truppe in linea, addirittura a punte di 3000 nuovi casi giornalieri.
Nella 1ª armata, nell’ultimo quadrimestre del 1918, si ebbero 32.482 casi con 2703 morti. Nella zona di sgombero nord-orientale, dove venivano ricoverati i militari ammalati provenienti dal fronte, dall’ottobre 1918 all’aprile 1919 si ebbero 90.347 casi con 8151 morti (vale a dire un decesso per 11-12 casi di malattia). Considerando i 375.000 casi di morte causati in Italia dall’epidemia (tenendo conto delle malattie complicanze della stessa influenza e causa di morte la cifra arriverebbe a quasi 500.000 italiani - dati statistici del 1925) si poteva ipotizzare che gli italiani colpiti dall’epidemia fossero circa 4,5 milioni su una popolazione di circa 36 milioni di abitanti: una proporzione impressionante.
Il problema dello sgombero dei malati gravi fu gravemente ostacolato anche dai casi di malattia che colpivano autisti, personale ferroviario e infermieristico sino a collassare tutto il sistema dei trasporti poco prima della battaglia di Vittorio Veneto. Tra gli altopiani ed il Grappa si contarono in tutto 12460 influenzati.
Anche il paese risentì in modo eccezionale della gravità della situazione tanto che, in Europa, l'Italia poté vantare un tasso di mortalità secondo solamente alla Russia. Considerando poi la mortalità in relazione al numero degli abitanti sembra che nessuna nazione europea avesse lamentato tante vittime come l’Italia.
Le regioni più colpite furono quelle meridionali. In ottobre a Torino i morti arrivavano a 400 al giorno ma non era possibile reperire il problema sui giornali. Infatti il Capo del gabinetto, Vittorio Emanuele Orlando, aveva imposto una severa censura. Non solo! Era stato proibito il rintocco funebre delle campane, banditi annunci mortuari, cortei e funerali, allo scopo di non demoralizzare la nazione.
Va detto che l’epidemia influenzale del 1918 differiva in modo sostanziale dalle endemie che colpivano ogni anno la popolazione infantile e senile: essa, infatti, interessò soprattutto gli adulti tra i 20 ed i 40 anni.
Nel trimestre giugno-agosto 1919 si manifestava la più grave depressione nel numero dei nati nel paese, a causa proprio dell’epidemia influenzale che diradava i matrimoni, interrompeva le relazioni coniugali e favoriva interruzioni di gravidanza per aborto o morte della gestante. |