Comunque...a parte i miei scherzosi spogliarelli.....
Cerchiamo di non andare nel panico e di leggere le notizie da fonti sicure,
cosi' magari ci capiamo qualche cosa......anche se in Italia capirci qualche cosa non è facile!!!!!
Qui' ho fatto un po' di ricerche.....
Pensiamo che il Corona Virus sia chissa' che cosa...ma...
Leggetevi un po' questi dati....
Influenza_spagnola
L'influenza spagnola,
altrimenti conosciuta come la grande influenza o epidemia spagnola, fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo, la prima delle due pandemie che coinvolgono il virus dell'influenza H1N1.[2] Essa arrivò ad infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo,[3] inclusi alcuni abitanti di remote isole dell'Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni (dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell'epoca).[4] La letalità le valse la definizione di più grave forma di pandemia della storia dell'umanità: ha infatti causato più vittime della terribile peste nera del XIV secolo.[5][6][7][8]La malattia ridusse notevolmente l'aspettativa di vita dell'inizio del XX secoloche, nel primo anno dal diffondersi della pandemia, risultava diminuita di circa 12 anni.[9][10][11] La maggior parte delle epidemie influenzali uccide quasi esclusivamente pazienti giovani, anziani o già indeboliti; al contrario, la pandemia del 1918 uccise prevalentemente giovani adulti precedentemente sani.[12]
http://www.valgame.eu/trincee/files/spagnola.htm
IL FLAGELLO DELLA SPAGNOLAAi primi di febbraio 1918 l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid … l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi mortali”. Il morbo iniziava con sintomi generici: due giorni di incubazione con tosse, quindi insorgevano dolori in varie parti del corpo, dietro agli occhi ed alle orecchie, in regione lombare. Seguiva uno stato di torpore mentre la febbre iniziava a salire sino ai 40° C. La lingua si ricopriva di una densa patina giallastra e l'ammalato, prostrato era costretto a letto da dove non si rialzava se non dopo tre giorni, completamente guarito. Definita pertanto “la strana febbre dei tre giorni” la malattia venne solo tardivamente riconosciuta dai medici come una variante grave dell'influenza.Il nome di “Influenza” invece risale alla testimonianza di due storici italiani, Domenico e Pietro Buoninsegni, i quali nel 1580, osservando un’epidemia molto simile, erano stati persuasi dall’influsso malefico delle stelle e l’avevano pertanto chiamata “Influenza” stellare. Contrariamente a quanto si crede, infatti, la “Spagnola” non fu la prima grande epidemia influenzale della storia, ma soltanto la prima ad essere pubblicizzata da un nuovo sistema di mass-media. Nasceva così un nome che sparse il panico in tutto il mondo. Anche se “benigna” l’epidemia aveva colpito la penisola iberica mettendo a letto otto milioni di spagnoli. Inizialmente la responsabilità dell’epidemia fu addossata alle carenze del servizio sanitario spagnolo, provocando furibonde proteste da parte dei collegi medici iberici. In realtà, prima che l’infezione colpisse Madrid, circa 1.100 soldati americani erano stati costretti a letto a fort Riley nel Texas, l’11 marzo 1918. Tuttavia, con buona pace degli spagnoli, il nome della malattia diffuso dagli organi di stampa rimase quello di febbre “Spagnola”. IL VIRUSTecnicamente la malattia era ed è tuttora causata da un virus (detto Myxovirus dell’influenza) che ha due caratteristiche fondamentali:1 – quella di mutare continuamente la propria struttura in modo tale da non conferire mai un’immunità persistente agli organismi colpiti e da rendere necessari nuovi tipi di vaccino ad ogni nuova epidemia; 2 – quella di colpire, oltre alle vie aeree, le cellule muscolari (ivi comprese quelle cardiache). La sua trasmissione avveniva per tosse o starnuti. Uno starnuto poteva immettere in aria circa 4.600 goccioline ad una velocità di 46 metri al secondo sino a 4 metri di distanza. Tali goccioline potevano rimanere sospese nell’aria per più di mezzora. Una gocciolina poteva originare circa 19.000 nuove colonie di virus. Il Myxovirus A, responsabile della pandemia del 1918, fu isolato nel 1933 da un’équipe di scienziati. Attualmente sopravvive in molte specie animali, soprattutto nei maiali, che però non possono riprodurre la loro malattia nell’uomo. Da allora sono stati isolati altri virus influenzali catalogati come di ceppo A, B e C. Le prime cure mediche per la curiosa febbre da cavallo erano: “dieci grani di Fenazone per abbassare la temperatura, sette grani di tintura di Noce vomica per stimolare il sistema nervoso e sette grani di digitale per sostenere il cuore …” cui si potevano aggiungere “tre grani di carbonato d’ammonio per liberare i bronchi, quindici grani di senna come purgante e venti grani di canfora come stimolante.” Poi la fantasia di medici e farmacisti utilizzava tutta una serie di terapie, alcune delle quali francamente ridicole. Un medico francese, ai nullatenenti non in grado di pagare le medicine dava la cura dei “due berretti”. Consigliava loro di bere molto vino rosso sino a che il berretto appeso al pomello della porta non fosse apparso sdoppiato. Così dopo una bella sudata essi sarebbero guariti. Il veneziano Tito Spagnol diede una definizione assai caustica della terapia in voga in Italia: “quattro pastiglie di chinino e un po’ di paglia per morirvi sopra”. Molti clinici tuonavano sull’abuso di un nuovo farmaco, utile ad abbassare la febbre, ma reo di favorire complicazioni polmonari e cardiache: il suo nome era Aspirina. La sua mortalità non era poi così elevata, circa il 5% dei casi, colpendo soprattutto vecchi, infermi o individui malnutriti. Si moriva soprattutto per complicazioni cardiache. LE EPIDEMIETra l’aprile ed il maggio 1918 la febbre aveva colpito la Francia, la Scozia, La Grecia, la Macedonia, l’Egitto e l’Italia. In maggio, per dodici giorni consecutivi, la Grand Fleet di re Giorgio V non aveva potuto prendere il largo. Tra gli equipaggi della marina britannica si contarono, in quel periodo, 10.313 casi . In giugno ad Etaples la malattia, definita al fronte come P.U.O. (Pyrexia of Unknown Origin) aveva costretto in branda 3000 soldati britannici della 1ª armata. Sempre in giugno si diffondeva in Germania, Austria, Norvegia ed India.Durante la seconda grande epidemia, la propaganda bellica alleata aveva sfruttato l’Influenza diffondendo in Germania il seguente volantino: «Betet tüchtig Vaterunser, - Nach wei Monat seit Ihr unser; - Dann bekmmit ihr tüchtig Fleisch und Speck, - Dann geht euch die Grippe weck!» ovvero: “Recitate il Padrenostro perché nel giro di due mesi cadrete in mano nostra; allora mangerete carne e prosciutto e l’Influenza vi abbandonerà” IL FRONTE ITALIANOSul fronte italiano la malattia fece la sua comparsa a primavera con una breve epidemia di carattere assai benigno per poi scomparire nel mese di giugno. L'ultima offensiva asburgica sul fronte degli altopiani fu dunque combattuta senza l'assillo del febbrone debilitante. La Spagnola iniziò di nuovo a mietere le sue vittime da luglio in poi raggiungendo l'apice ad ottobre. Questa volta l'affezione, pur se identica a quella primaverile, era caratterizzata da gravi complicazioni polmonari che causavano aggravamenti ed improvvisi decessi. A metà ottobre si arrivò, tra le truppe in linea, addirittura a punte di 3000 nuovi casi giornalieri.Nella 1ª armata, nell’ultimo quadrimestre del 1918, si ebbero 32.482 casi con 2703 morti. Nella zona di sgombero nord-orientale, dove venivano ricoverati i militari ammalati provenienti dal fronte, dall’ottobre 1918 all’aprile 1919 si ebbero 90.347 casi con 8151 morti (vale a dire un decesso per 11-12 casi di malattia). Considerando i 375.000 casi di morte causati in Italia dall’epidemia (tenendo conto delle malattie complicanze della stessa influenza e causa di morte la cifra arriverebbe a quasi 500.000 italiani - dati statistici del 1925) si poteva ipotizzare che gli italiani colpiti dall’epidemia fossero circa 4,5 milioni su una popolazione di circa 36 milioni di abitanti: una proporzione impressionante. Il problema dello sgombero dei malati gravi fu gravemente ostacolato anche dai casi di malattia che colpivano autisti, personale ferroviario e infermieristico sino a collassare tutto il sistema dei trasporti poco prima della battaglia di Vittorio Veneto. Tra gli altopiani ed il Grappa si contarono in tutto 12460 influenzati. Anche il paese risentì in modo eccezionale della gravità della situazione tanto che, in Europa, l'Italia poté vantare un tasso di mortalità secondo solamente alla Russia. Considerando poi la mortalità in relazione al numero degli abitanti sembra che nessuna nazione europea avesse lamentato tante vittime come l’Italia. Le regioni più colpite furono quelle meridionali. In ottobre a Torino i morti arrivavano a 400 al giorno ma non era possibile reperire il problema sui giornali. Infatti il Capo del gabinetto, Vittorio Emanuele Orlando, aveva imposto una severa censura. Non solo! Era stato proibito il rintocco funebre delle campane, banditi annunci mortuari, cortei e funerali, allo scopo di non demoralizzare la nazione. Va detto che l’epidemia influenzale del 1918 differiva in modo sostanziale dalle endemie che colpivano ogni anno la popolazione infantile e senile: essa, infatti, interessò soprattutto gli adulti tra i 20 ed i 40 anni. Nel trimestre giugno-agosto 1919 si manifestava la più grave depressione nel numero dei nati nel paese, a causa proprio dell’epidemia influenzale che diradava i matrimoni, interrompeva le relazioni coniugali e favoriva interruzioni di gravidanza per aborto o morte della gestante. |
Mortalità italiana per influenza per anni
| 1911-1913 | 1914 | 1915 | 1916 | 1917 | 1918 | 1919 | 1920 | 1921 | 1922 | 1923 |
| 4358 | 3359 | 4174 | 5919 | 3814 | 274041 | 31781 | 24428 | 4162 | 13199 | 8808 |
DATI BRITANNICI SULL’EPIDEMIA IN GUERRA (fronte italiano)Nel contingente britannico in Italia l’Influenza fu il principale motivo di inefficienza dell’armata, secondo il RMC. Da notare che non si poteva parlare di militari in stato di denutrizioneForza calcolata in numero di razioni alimentari giornaliere per il contingente britannico sul fronte italiano – novembre 1917 – novembre 1918: 94.634 Perdite britanniche di guerra sul fronte italiano: 1.354 in battaglia Perdite temporanee da malattia o esiti di ferita: 51.311 ammessi agli ospedali morti da malattia o complicazione di ferita: 759 ricoverati per Influenza: 17.088 di cui 11.514 in ospedali di retrovia morti per Influenza durante la campagna: 481 la mortalità inglese - la più elevata di tutti i fronti !! tot. perdite britanniche per Influenza in Italia: 1804 |
Ammissione di affetti da sindrome influenzale agli ospedali da campo britannici (tutti i fronti)
| 1916 | 1917 | 1918 | 1919 | 1920 |
| 18.894 | 9.287 | 54.563 | 11.251 | 994 |
DATI SULLA MORTALITÀ MONDIALEMancano evidentemente dati statistici precisi sui continenti asiatico e africano tuttavia in studi di epidemiologia si ritenne che venisse contagiata più della metà popolazione mondiale. Secondo Edwin Oakes Jordan (Epidemic Influenza 1927) morirono 1.075.685 persone in America settentrionale e centrale, 327.250 in America latina, 2.163.303 persone in Europa, 15.757.363 in Asia, 965.245 in Australia ed Oceania, 1.353.428 in Africa per un totale di 21 milioni 642.274 persone decedute a causa dell’Influenza tra il 1918 ed il 1921.In Europa il primato spettava alla Russia con 450.000 morti. L’Italia veniva subito dopo, seconda in graduatoria, con 375.000 morti. |
Una pandemia influenzale è :
un'epidemia di virus influenzale che si espande su scala mondiale e infetta una grande porzione della popolazione umana. A differenza delle regolari epidemie stagionali le pandemie avvengono irregolarmente, e ne compaiono circa 3 in ogni secolo[1]. Il fatto che sia dichiarata pandemia non vuol dire che sia una patologia grave, dato che tale definizione non prende in considerazione il livello di gravità[2][3]. In alcuni casi possono provocare alti livelli di mortalità, come testimoniato dalle ultime pandemie influenzali che sono avvenute nel XX secolo: l'influenza spagnola del1918 che causò oltre 50 milioni di morti, l'influenza asiatica del 1957, l'influenza di Hong Kong del 1968.Le pandemie avvengono quando:
un nuovo ceppo del virus dell'influenza viene trasmesso all'uomo da un'altra specie animale. Le specie importanti nell'insorgenza di un nuovo ceppo umano sono i suini, le galline e le anatre. Questi nuovi ceppi non sono ostacolati dall'immunità delle persone che hanno contratto precedenti ceppi, e quindi si possono spargere rapidamente ed infettare moltissime persone. I virus di tipo A possono occasionalmente essere trasmessi dai volatili selvatici ad altre specie provocando focolai nel pollame domestico e potrebbero anche generare pandemie nell'uomo[4][5].L'OMS ha avvertito che esiste un sostanziale rischio di pandemia entro i prossimi anni. Uno dei virus candidati più importanti è una variante altamente patogenica del sottotipo H5N1 del tipo A. Attualmente sono in sviluppo dei vaccini contro i sottotipi più sospettati, tra cui H5N1, H7N1 e H9N2[6]
Manifesto giapponese del 1919 per il trattamento precoce dell'influenza spagnola
https://www.epicentro.iss.it/passi/storiePandemia
Le Pandemie Influenzali del Ventesimo Secolo
Nel ventesimo secolo si sono verificate tre pandemie influenzali: nel 1918, 1957, e 1968, che sono identificate comunemente in base alla presunta area di origine: Spagnola, Asiatica e Hong Kong.Si sa che sono state causate da tre sottotipi antigenici differenti del virus dell’influenza A, rispettivamente: H1N1, H2N2, e H3N2.
Sebbene non classificate come pandemie, tre importanti epidemie si verificarono anche nel 1947, nel 1977 e nel 1976.
Le epidemie maggiori non mostrano una periodicità o caratteri prevedibili e differiscono l’una dall’altra. Esistono prove scientifiche a favore dell’ipotesi che le vere pandemie, con modifiche dell’emagglutinina, originino da riassortimento genetico con virus dell’influenza A degli animali.
1918: la Spagnola (H1N1)
Si stima che un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la pandemia del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni.
Negli anni trenta furono isolati virus influenzali dai maiali e dagli uomini che, attraverso studi sieroepidemiologici furono messi in relazione con il virus della pandemia del 1918. Si è visto che i discendenti di questo virus circolano ancora oggi nei maiali. Forse hanno continuato a circolare anche tra gli esseri umani, causando epidemie stagionali fino agli anni ’50, quando si fece strada il nuovo ceppo pandemico A/H2N2 che diede luogo all’Asiatica del 1957. I virus imparentati a quello del 1918 non diedero più segnali di sé fino al 1977, quando il virus del sottotipo H1N1 riemerse negli Stati Uniti causando un’epidemia importante nell’uomo.. Da allora virus simili all’ A/H1N1 continuarono a circolare in modo endemico o epidemico negli uomini e nei maiali, ma senza avere la stessa patogenicità del virus del 1918.
Dal 1995, a partire da materiale autoptico conservato, furono isolati e sequenziati frammenti di RNA virale del virus della pandemia del 1918, fino ad arrivare a descrivere la completa sequenza genomica di un virus e quella parziale di altri 4. Il virus del 1918 è probabilmente l’antenato dei 4 ceppi umani e suini A/H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2 estinto.
Questi dati suggeriscono che il virus del 1918 era interamente nuovo per l’umanità e quindi, non era frutto di un processo di riassortimento a partire da ceppi già circolanti, come successe poi nel 1957 e nel 1968. Era un virus simile a quelli dell’influenza aviaria, originatosi da un ospite rimasto sconosciuto.
La curva della mortalità per età dell’influenza, che conosciamo per un arco di tempo di circa 150 anni. ha sempre avuto una forma ad U, con mortalità più elevata tra i molto giovani e gli anziani. Invece la curva della mortalità del 1918 è stata a W incompleta, simile cioè alla forma ad U, ma con in più un picco di mortalità nelle età centrali tra gli adulti tra 25 e 44 anni.
I tassi di mortalità per influenza e polmonite tra 15 e 44 anni, ad esempio furono più di 20 volte maggiori di quelli degli anni precedenti e quasi metà delle morti furono tra i giovani adulti di 20–40 anni, un fenomeno unico nella storia conosciuta. Il 99% dei decessi furono a carico delle persone con meno di 65 anni, cosa che non si è più ripetuta, né nel 1957 e neppure nel 1968. I fattori demografici non sono in grado di spiegare questo andamento.
Le pandemie del 1957 e del 1968
1957: l’Asiatica (H2N2)
Dopo la pandemia del 1918, l’influenza ritornò al suo andamento abituale per tutti gli anni trenta, quaranta e cinquanta, fino al 1957, quando si sviluppò la nuova pandemia. All’epoca il virus era stato isolato nell’uomo nel 1933 e poteva essere studiato in laboratorio.Tranne le persone con più di 70 anni, la popolazione non aveva difese contro il virus.
Nonostante non esistesse una sorveglianza epidemiologica o di laboratorio, come quelle che abbiamo oggi, il virus fu studiato nei laboratori di Melbourne, Londra e Washington, dopo il riconoscimento che un’importante epidemia era in corso. Il New York Times in un articolo descrisse l’epidemia che aveva coinvolto circa 250.000 persone in un breve periodo ad Hong Kong.
Il virus fu rapidamente riconosciuto con i test di fissazione del complemento, mentre lo studio dell’emagglutinina virale mostrò che si trattava di un virus differente da quelli fino ad allora isolati negli uomini. Ciò fu confermato anche dalla neuraminidasi. Il sottotipo del virus dell’Asiatica del 1957 fu più tardi identificato come un virus A/H2N2. Il virus aveva diversi caratteri immunochimici che differivano marcatamente dagli altri ceppi conosciuti.
Si sapeva che nell’influenza le infezioni batteriche polmonari secondarie o concomitanti erano frequenti, e ad esse erano dovuti molti dei casi fatali. A volte però la sovrapposizione batterica non poteva essere dimostrata, per cui si parlava occasionalmente di polmonite abatterica. Ma, con l’Asiatica del 1957, fu molto diffuso ed evidente il fenomeno di polmoniti primariamente virali.
In contrasto a quanto osservato nel 1918, le morti si verificarono soprattutto nelle persone affette da malattie croniche e meno colpiti furono i soggetti sani.
Il virus dell’Asiatica (H2N2) era destinato ad una breve permanenza tra gli esseri umani e scomparve dopo soli 11 anni, soppiantato dal sottotipo A/H3N2 Hong Kong.
1968: Influenza Hong Kong (H3N2)
Come nel 1957, la nuova pandemia provenne dal Sud Est Asiatico e anche questa volta fu la stampa a dare l’allarme con la notizia di una grande epidemia in Hong Kong data dal Times di Londra. Nel 1968, come nel ’57 le comunicazioni con la Cina continentale erano poco efficienti.Poiché l’epidemia si trasmise inizialmente in Asia, ci furono importanti differenze con quella precedente: in Giappone le epidemie furono saltuarie, sparse e di limitate dimensioni fino alla fine del 1968. Il virus fu poi introdotto nella costa occidentale degli USA con elevati tassi di mortalità, contrariamente all’esperienza dell’Europa dove l’epidemia, nel 1968–1969, non si associò ad elevati tassi di mortalità. In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi.
Poiché il virus Hong Kong differiva dal suo antecedente dell’Asiatica del 1957 per l’antigene emagglutinina, ma aveva lo stesso antigene neuraminidasi, si pensò che l’impatto variabile nelle diverse regioni fosse imputabile a differenze nell’immunità acquisita nei confronti dell’antigene neuraminidasi.
Eventi quasi pandemici
1947: Pseudo pandemia (H1N1)Alla fine del 1946, un’epidemia di influenza si diffuse in estremo oriente, in Giappone e Corea, tra le truppe americane, e successivamente, nel 1947, ad altre basi militari negli USA dove fu isolato un ceppo virale che sembrò molto differente dal virus dell’influenza A, sotto il profilo antigenico, per cui fu chiamato: “Influenza A prime”. Si ritiene che questa epidemia possa essere considerata una pandemia lieve, perché si diffuse a livello globale, ma causò relativamente pochi morti.
Si verificò il completo fallimento del vaccino nel proteggere un gran numero di militari americani vaccinati.
Il vaccino conteneva un ceppo H1N1 che era risultato efficace nelle stagioni 1943–1944 e 1944–1945. Negli anni successivi, quando furono caratterizzati sia il virus del 1943, da cui era stato derivato il vaccino, che quello del 1947 si osservò che le sequenze di RNA virale erano marcatamente diverse in quanto a composizione.
1977: Epidemia dell’Influenza Russa (H1N1)
Questa epidemia si era diffusa nel maggio 1977 nel nord est della Cina, ma fu denominata “Russa”. Essa si diffuse rapidamente ma soprattutto o quasi unicamente tra i giovani con meno di 25 anni, con manifestazioni cliniche lievi, anche se tipicamente influenzali. Si ritiene che i giovani non fossero stati esposti al virus H1N1, che non aveva più circolato più dal 1957, quando erano diventati dominanti prima ceppi H2N2 e poi H3N2. In effetti, la caratterizzazione antigenica e molecolare ha dimostrato che questo virus era molto simile a quelli circolanti negli anni ’50.
https://www.epicentro.iss.it/
Corona virus
Focolaio internazionale di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2
News2/3/2020 - COVID-19: contenimento e gestione dell’emergenza. L’impatto del Dpcm del 1 marzo sugli operatori sanitari
2/3/2020 - ISS e Policlinico Militare Celio di Roma sequenziano gli interi genomi del virus SarS-Cov-2 isolati dal paziente cinese e da quello lombardo. Presto disponibile sequenza di paziente veneto
1/3/2020 - Animali da compagnia e diffusione del virus
28/2/2020 - La Società di igiene mette a disposizione la traduzione di due documenti ECDC
Attenzione: in queste pagine si parla di una situazione in rapida evoluzione e quindi le informazioni (che sono in linea con quelle riportate dalle autorità internazionali, come OMS ed ECDC) potrebbero non risultare sempre allineate con i dati e le informazioni più recenti disponibili.
Il 31 dicembre 2019,
le autorità sanitarie cinesi hanno notificato un focolaio di casi di polmonite ad eziologia non nota nella città di Wuhan (Provincia dell’Hubei, Cina). Molti dei casi iniziali hanno riferito un’esposizione al Wuhan’s South China Seafood City market (si sospettava un possibile meccanismo di trasmissione da animali vivi). Il 9 gennaio 2020, il China CDC (il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina) ha identificato un nuovo coronavirus (provvisoriamente chiamato 2019-nCoV) come causa eziologica di queste patologie. Le autorità sanitarie cinesi hanno inoltre confermato la trasmissione inter-umana del virus. L’11 febbraio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che la malattia respiratoria causata dal 2019-nCoV è stata chiamata COVID-19 (Corona Virus Disease).Il Gruppo di Studio sul Coronavirus (CSG) del Comitato internazionale per la tassonomia dei virus (International Committee on Taxonomy of Viruses) ha classificato ufficialmente con il nome di SARS-CoV-2 il virus provvisoriamente chiamato dalle autorità sanitarie internazionali 2019-nCoV e responsabile dei casi di COVID-19 (Corona Virus Disease). Il CSG – responsabile di definire la classificazione ufficiale dei virus e la tassonomia della famiglia dei Coronaviridae – dopo aver valutato la novità del patogeno umano e sulla base della filogenesi, della tassonomia e della pratica consolidata, ha associato formalmente questo virus con il coronavirus che causa la sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoVs, Severe acute respiratory syndrome coronaviruses) classificandolo, appunto, come Severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 (SARS-CoV-2). Inoltre, per facilitare la comunicazione, il Gruppo di Studio sul Coronavirus ha proposto di utilizzare, per i singoli isolati, la convenzione di classificazione: SARS-CoV-2/Isolato/Ospite/Data/Luogo.
Al 2 marzo, in base ai dati pubblicati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) nel sito dedicato al focolaio da nuovo coronavirus, sono stati notificati complessivamente 89.068 casi confermati in laboratorio di COVID-19, di cui 3.046 decessi. In Europa, nei Paesi UE/SEE (Unione europea/Spazio economico europeo), si registrano 2.199 casi confermati.
La maggior parte dei casi registrati al di fuori della Cina sono associati a viaggi in zone dove è documentata la trasmissione del virus. In Europa sono stati documentati cluster di trasmissione locale in Germania, Francia, Italia e nel Regno Unito.
Casi confermati*
89.068
Decessi*
3.046
Casi confermati in Europa (EU/EEA+UK)*
2.199
*Fonte ECDC (2 marzo 2020)
Bisogna tuttavia ricordare che queste cifre sono possono essere sottostimate rispetto ai casi diagnosticati nell'area colpita poiché i dati disponibili vengono aggiornati giornalmente man mano che nuove informazioni sono trasmesse ufficialmente dalle autorità sanitarie nazionali o altre agenzie internazionali.
Situazione in Italia
Consulta la pagina dedicata al focolaio italiano di COVID-19.Valutazione del rischio dell’ECDC
Secondo il risk assessment (valutazione del rischio) aggiornato al 2 marzo dall’ECDC:il rischio
associato a COVID-19 per i cittadini dei Paesi UE/SEE (Unione europea/Spazio economico europeo) e del Regno Unito è, attualmente, moderato/altodi infezione per i cittadini UE/SEE e del Regno Unito, che risiedano o siano in visita in zone in cui non siano stati registrati casi, vi siano diversi casi importati o dove sia documentata una trasmissione locale limitata è, al momento, basso/moderato
di infezione per i cittadini UE/SEE e del Regno Unito, che risiedano o siano in visita in zone in cui è presente una trasmissione locale diffusa è al momento alto che si verifichino focolai di COVID-19 in altri Paesi UE/SEE e nel Regno Unito è al momento considerato moderato/alto
che nelle prossime settimane si verifichi una trasmissione diffusa e sostenuta di COVID-19 nei Paesi UE/SEE e nel Regno Unito, con casi e focolai di infezione notificati da più Paesi, è attualmente moderato/alto
per la capacità dei sistemi sanitari EU/SEE e Regno Unito nelle prossime settimane è considerato al momento moderato/alto.
Per approfondire e rimanere aggiornati è possibile consultare la pagina dedicata sul sito dell’ECDC.
La valutazione del Comitato di Sicurezza del Regolamento Sanitario Internazionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
Il 30 gennaio 2020, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato il focolaio internazionale da nuovo coronavirus 2019-nCoV un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (Public Health Emergency of International Concern – PHEIC), come sancito nel Regolamento sanitario internazionale (International Health Regulations, IHR, 2005). Leggi lo statement sul sito dell’OMS e l’approfondimento dedicato su EpiCentro.Nella dichiarazione rilasciata dall’OMS il 23 gennaio, dopo il primo meeting del Comitato di Emergenza, è stata inoltre fornita una stima preliminare del numero di riproduzione di base (R0) del 2019-nCoV di 1,4-2,5. L’R0 è un numero che quantifica quanti casi secondari sono attesi in seguito ad una singola infezione in una popolazione completamente suscettibile e quando è maggiore di 1 indica una epidemia. Consulta il Primo Piano ISS dedicato a R0.
I consigli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
L’OMS ha inoltre diramato le seguenti raccomandazioni generali:- evitare il contatto stretto con soggetti affetti da infezioni respiratorie acute
- lavare frequentemente le mani, in particolare dopo contatto con persone malate o con il loro ambiente
- evitare contatti non protetti con animali di fattoria o selvatici
- persone con sintomi di infezione acuta delle vie aeree dovrebbero mantenersi a distanza, coprire colpi di tosse o starnuti con fazzoletti usa e getta o con i vestiti e lavarsi le mani
- rafforzare, in particolare nei pronto soccorso e nei dipartimenti di medicina d’urgenza, le misure standard di prevenzione e controllo delle infezioni
Baci DD

